METAMORFOSI DI UN GUIDATORE
Il luogo più adatto per pensare è certamente l'automobile. Sarà per quel rumore di fondo sempre uguale, per quel vago senso di isolamento dal mondo, per quel delirio di onnipotenza che pervade chi la guida, per quel bisogno di contrastare la noia della guida.
Devono però essere verificati alcuni prerequisiti:
1. Il guidatore deve essere ormai dotato di "pilota automatico", nel senso che, per lui, la guida non deve rappresentare assolutamente più motivo di impegno psicofisico
2. Deve essere esaurita la fase di ascolto dei 10.000 mp3 preferiti e, dopo un temporaneo passaggio alle trasmissioni di intrattenimento, sociopolitiche o all'onda verde, ci si sia finalmente convinti a lasciare spento o in distante sottofondo il costoso accessorio multimediale
3. Non deve essere ancora stato inventato il telefono cellulare
Le mia vicende personali mi hanno portato a far parte di questa categoria di privilegiati. Per 6 anni anche il punto 3 era verificato, poi la mia auto si è trasformata, sciaguratamente, in un ufficio viaggiante, in una cabina telefonica e solo parzialmente ho potuto fruire della sua potenzialità "pensatoria".
Probabilmente sarei un'altra persona senza quel milione di kilometri percorsi negli ultimi 27 anni.
Un totale di 3 anni di guida trascorsi a bordo di una Golf, di un'Audi A4, di una Toyota Carina, di 2 Mondeo, di una Lancia Lybra, di una Zafira, di una Phedra, di una BMW 530, di una Opel Insigna, di un'Audi A5, di una Lexus RC300h.
Tre anni seduto, quasi sempre solo, un milione di kilometri in gran parte consumati a tracciare un solco tra Brescia e Milano, sulla A4, come il modello della mia prima AUDI, … forse un presagio?!?
In gran parte tutti "diritti" (fatta eccezione la "curva di Bergamo") premessa indispensabile per acquisire una familiarità con il percorso tale da azzerare pressoché ogni velleità di guida divertente e ogni necessità di impegno e di attenzione da parte del guidatore.
E quindi abbondante spazio ai pensieri, alle riflessioni, alle meditazioni, alle pianificazioni, ai chiarimenti con sé stesso e quindi anche ai rimpianti, alle nostalgie, alle delusioni, alle malinconie, alle rabbie, ai rimorsi, alle speranze.
Quante volte ho detto: "dovrei ricordare questo mio pensiero, dovrei scrivere le buone idee che riesco a produrre, prima di dimenticarle".
Ma poi non l'ho mai fatto, solo adesso, quando è più tempo di bilanci che di progetti, quando la memoria ricorda quotidianamente di non essere più quella di una volta, ho deciso di mettermi in gioco davanti ad una tastiera, con l'ambizione di scrivere qualcosa, di verificare di avere il coraggio di mettere su carta le cose che penso, di concedermi l'opportunità di "cambiare" eventualmente opinione, non di adagiarmi sulla verità, magari vigliaccamente opportunistica, del momento.
Una cosa un po' diversa da quella di quando, da bambino, insieme al cuginetto Giulio, pubblicammo il giornalino "Tilt", foriero di qualche soldo da parte dei parenti più stretti e generosi e di una brillante carriera di giornalista per il mio "socio".
Ora si tratta di decidere cosa scrivere.
Chi mi conosce davvero sa della mia propensione per il "dubbio metodico" di cartesiana memoria. Quella indomabile propensione a voler andare oltre, a non fermarsi al primo pensiero, al più comodo, al più utile, a negare l'evidenza per capire se sotto si nasconde qualcos'altro, se c'è un punto di vista migliore, se c'è la Soluzione.
Quell'approccio mentale che magari non ti fa prendere una decisione piuttosto che prenderne una sbagliata, che ti fa rimanere indietro invece che andare "troppo" avanti, che ti fa detestare coloro che confondono i nulla-pensanti con i ben-pensanti, che privilegiano i "rituali" alla quotidiana scoperta, che hanno risposte sempre pronte a domande che non si sono mai realmente posti, che si adagiano su fedi politiche, religiose, di qualsiasi tipo, solo per smettere pigramente e vigliaccamente di pensare.
Da sempre ho dovuto fare i conti con questa realtà, da quando adolescente ho visto i miei amici più cari cedere alle lusinghe degli schieramenti politici (a destra, a sinistra, al centro) con le loro violenze non solo verbali, al conforto senza confronto tipico delle fedi religiose, con tutte le risposte pronte all'uso e con e l'arroganza della presunta verità.
Tutti pieni di certezze salvo poi, alla prova dei fatti, nella totale impossibilità di contribuire fattivamente alla costruzione di una società libera e solidale, di trovare modelli e soluzioni condivisibili; capaci solo di dividersi e non di unire, giustificando il proprio "essere" per "essere contro qualcuno", per essere i buoni contro i cattivi, per essere "altro" non si sa bene a chi. Ma questa è storia passata.
Un giorno di qualche mese fa, non ricordo su quale autostrada, stavo pensando a mio figlio, forse per colpa di "Avrai" di Baglioni che, in sottofondo, mi snocciolava una lunga serie di buoni propositi che il padre Claudio auspicava per il figlio appena nato. Cercavo di capire come poterlo aiutare a trovare una giusta collocazione in questo mondo, a riuscire a sognare e a realizzare qualcuno dei suoi sogni.
Questo metteva come al solito in discussione il mio ruolo di padre, riproponeva in modo lacerante frustrazioni e delusioni. Io sono quello che sono, ho maturato uno spirito libero e indipendente nonostante un'educazione familiare e una struttura sociale lontanissime dal lasciarmi libertà di espressione e di crescita consapevole; mio figlio, apparentemente libero di autodeterminarsi, di esprimersi, di scegliere, non riesce a entrare in sintonia con i diritti e i doveri di questo mondo, con le gioie e i dolori, con gli impegni e le soddisfazioni, con sé stesso e gli altri.
Ed è a questo punto che ho deciso che poteva esserci solo una spiegazione e che questa andava ricercata in un'analisi antropologica di confronto tra le generazioni.
Io ne ho conosciute 4: quella dei miei nonni, quella dei miei genitori, la mia, quella di mio figlio.
Di queste voglio parlare.